Gli Stati Uniti hanno annunciato l’imposizione di sanzioni contro la Corte penale internazionale (CPI), poche ore dopo la notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la pace a una delle sue ex giudici, la sudafricana Navitathan “Navi” Pillay, fortemente criticata dal presidente Donald Trump.
La Corte penale internazionale è un organismo indipendente con sede all’Aia, nei Paesi Bassi, fondato nel 2002 per perseguire e giudicare i crimini di guerra. Ne fanno parte 125 paesi, inclusi tutti i membri dell’UE e della NATO, ad eccezione degli Stati Uniti, della Turchia e di Israele.
“Ad oggi, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a 17 persone. Oggi, il Dipartimento di Stato annuncia ulteriori misure per difendere la sovranità statunitense e neutralizzare la minaccia rappresentata dalla Corte penale internazionale“, ha dichiarato il Dipartimento di Stato americano in un comunicato stampa, rivendicando di non aver “mai aderito alla Corte”.
In un videomessaggio il segretario di Stato, Marco Rubio, ha annunciato che Washington vieterà “ogni transazione con questo tribunale illegittimo, tagliandone le risorse e paralizzando la sua capacità di agire contro di noi”. La nota indicava che “il Dipartimento del Tesoro sta rilasciando una serie di licenze generali che autorizzano determinate transazioni che coinvolgono la CPI al fine di proteggere gli interessi degli Stati Uniti”.
Nonostante le sanzioni, Rubio ha ribadito la sua fiducia in “una soluzione diplomatica”.
Inoltre, ha dimostrato la determinazione degli Stati Uniti a proseguire la campagna per “smantellare la Corte penale internazionale mattone dopo mattone, finché gli americani non si sentiranno più minacciati”. “Il nostro messaggio è chiaro: gli Stati Uniti e il loro popolo non sono soggetti alla giurisdizione della Corte penale internazionale”, ha affermato, aggiungendo: “O la Corte penale internazionale smette con le sue minacce, oppure porremo fine alla Corte penale internazionale”.
La decisione di Washington è stata fortemente criticata dall’Unione europea che ha definito l’imposizione di sanzioni contro la Corte penale internazionale “profondamente deplorevoli” e ha affermato di essere “pronta ad adottare tutte le misure necessarie per consentire alla Corte di svolgere il proprio lavoro”.
“L’UE collaborerà strettamente con la CPI per garantire che continui a operare in modo efficace”, ha dichiarato la Commissione europea. “La giustizia internazionale va difesa. Non può esserci una pace duratura senza responsabilità”, ha scritto sui social media il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa.
La Commissione ha affermato che ci sarà “un ritardo di sei mesi prima che le misure diventino applicabili”, il che, si spera, consentirà “spazio per il dialogo”.
Una possibile risposta dell’UE potrebbe essere quella di ricorrere a uno strumento giuridico noto come “meccanismo di blocco”.
Ciò impedisce alle imprese europee di ottemperare alle sanzioni statunitensi “attivamente o mediante omissione deliberata”, offrendo all’Unione Europea un potenziale strumento per attenuarne in parte l’impatto.
L’annuncio fatto da Washington è giunto dopo l’assegnazione del premio Nobel per la pace all’ex giudice della Corte penale internazionale Navanethem “Navi” Pillay “per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale”. Pillay ha supervisionato un rapporto delle Nazioni Unite in cui si concludeva che Israele aveva commesso un genocidio a Gaza.
La scelta di Pillay è stata criticata da Trump che poco dopo l’annuncio ha condiviso un post fortemente critico sul suo social network Truth, in cui l’utente Schoenlaw avverte che “il Comitato Nobel è stato irrimediabilmente screditato e ha degradato il prestigioso Premio Nobel per la Pace” assegnandolo all’ex giudice della CPI.
[a cura di Simone Cantarini]

